Testi critici

Lunatici non le localizza, lascia alla fantasia del riguardante scegliersi uno dei tanti teatri dove questi orrori avvengono continuamente. Soltanto il cadavere di Salvatore Giuliano ha un’attenzione speciale, per il resto basta Requiem, la morte e la pietà. Anche questi dipinti sono pregnanti di esotismo che poi dilaga nelle sue opere minori, forti pastelli su carta, qualcuno molto originale, come quel cesto fiorito che si appoggia sulla testa di un africano.

Un contesto, questo di Gerardo Lunatici, che deve essere considerato come un fatto di portata non soltanto emiliana, e neppure nazionale. Se noi italiani avessimo più coscienza dei nostri valori, dovremmo considerare un artista come questo un contributo importante alla pittura europea e non soltanto come un piacevole e geniale autore di ritratti illustri.

22 aprile 2005, Raffaele De Grada

“Colpisce, di questi ritratti, la genesi nel tratto (della punta d’inchiostro): il segno cerca la rappresentazione, governato dalla preoccupazione di evitare la caricatura e altrettanto di trascurare la mimesi fotografica; il segno si fa garante del curioso ma rispettoso e necessario distanziamento, l’analisi fisiognomica assiste il progresso del tratto verso il ritratto del volto. Ma negli elementi circostanti la partecipazione, la simpatia, la firma interpretativa di Lunatici può esprimersi con delicata, ludica ironia o con personale, allusiva memoria dell’incontro con l’opera del soggetto: svolazzano Uccelli nel cielo di Hitchcock, emerge da un guscio il volto di Darwin, nel pensatoio di Brera c’è un bicchiere di rosso più vuoto che pieno.”

Enrico Bizzarri, presentazione al Catalogo della mostra RITRATTI, Aprile 1995

“Il ritratto può certo ridursi al volto di Narciso dell’autore che si impadronisce del viso altrui e vi si riflette, può divenire il segno di volti terzi intersecati tra loro sino a evocare entità estranee al soggetto originale, ma può invece, forse deve, costituire un’intercessione, dare spessore a un luogo posto a metà strada tra fedeltà e interpretazione, dove metà non indica tentazione di compromessi, bensì soglia tra due possibilità, punto di incontro di più traiettorie.”

Natalia Robusti, postfazione al catalogo della mostra RITRATTI, Aprile 1995

“Lunatici è bravo, il suo segno è analitico, nel tratto e nel suo significato. Si tratta, per lui, ora, di trovare una lingua personale che lo renda riconoscibile lungo il corso dischiuso da Pericoli. E alcuni ritratti portano, a mio avviso, questo segno di riconoscibilità per il giovane autore: quello di Bertolucci, ad esempio, tracciato con chiara sintesi grafica; e, ancor meglio, quello di Gianfranco Contini, costruito con segno verticale, in una finta cancellazione che ricorda la pittura di Bacon. Questi, ed altri, sono i segnali che indicano in Lunatici la ricerca di una via interna del ritratto su personaggi famosi: con il proposito, implicito, di costruire, come ha scritto Almansi a proposito di Pericoli, il suo autoritratto.”

Gianni Cavazzini, “Gazzetta di Parma”, 26 Aprille 1995

“Lunatici sa guardare a 360 gradi e la sua occhiata è folgorante e ampia. Sa scoprire in ogni attimo della vita la totalità del suo significato, dando ragione al detto di Flaubert che ‘il buon Dio è nel particolare’. Ecco Hitchcock sornione, furbastro, adagiato sul trono delle sue trame assurde, con il sigaro, radi capelli, l’aria di meneimpipo; ecco il Marx tutto coperto dalla trama dei suoi capelli-spirali alla Lucio Crippa, nascosto eppure chiaro e visibile sotto questa trama arabescata. Armonico è questo campionario di volti; questo Hemingway che va d’accordo con Benjamin; questo meraviglioso scanzonato Woody Allen da ragazzaccio inglese pieno di fantasiosi capricci… Come può essere definito Lunatici? Bizzarri propone una singolare etichettatura: ‘Mai stato svevo, mai stato ghibellino. Franco negli occhi, guelfo nella mano. Non giudica e non manda. Avversa e seleziona. Non fa copia di copia’”.

Mario Cattafesta, “Gazzetta di Mantova”, Aprile 1995

Considerato fin dall’età umanistica ‘cosa divina’, il ritratto è stato assunto dalla modernità in una dimensione molto più ravvicinata: una specie di radiografia, del corpo e dell’animo. Per la sequenza dei suoi scrittori a tavola Lunatici ha portato significative variazioni ai consueti registri linguistici del suo lavoro per immagini… Ne esce, così, una galleria di situazioni individue, legate alle esperienze conviviali da ragioni remote o prossime: una lettera di Beethoven e un aforisma di Ceronetti appaiono sullo stesso piano, associati, in questo caso, da idee opposte sull’uomo e sulla vita.”

Gianni Cavazzini, “Gazzetta di Parma”, Marzo 1997

“Gerardo Lunatici ha passioni hemingwayane che nessuno direbbe mai e c’è il sospetto che faccia proprio dell’insofferenza la miglior sua consigliera. Già nella tecnica usata per le quasi quaranta opere esposte: pastelli, né a cera né ad olio, ma a polvere pressata, tipo gesso, dati su carte povere ed irregolari, come quelle da pacco, porose e zigrinate, trattate prima con una mano di tempera scura. Un’emozione violentemente materica, che in alcuni casi ricorda le voluttuose combustioni di Burri, e luministicamente strattonata, come se Gauguin diventasse suo malgrado un dramma barocco… Perché, alla fine, se è vero che Lunatici non ama le pitture rassicuranti da salotto, dove rose e carciofi hanno più o meno lo stesso spessore decorativo, il suo mettere in crisi, con un intento culturale ed etico che impone per forza di sentimenti una riflessione, indica sempre una via d’uscita. Abbracciare la rabbia e trasformarla in energia creativa.”

Mariagrazia Villa, “Gazzetta di Parma”, 7 Maggio 2000

“Gerardo Lunatici, affascinato dalle atmosfere africane, usa una tecnica personalissima, che tiene d’occhio anche il cinema e la fotografia.”

Tiziano Marcheselli, “Gazzetta di Parma”, Novembre 2001

“Il pittore non deve dipingere quello che vede, ma quello che si vedrà. Così scrive Paul Valéry e così penso guardando i quadri di Gerardo Lunatici. I suoi quadri nascono sempre da un furor, da una passione improvvisa e monotematica, come capita per gli amori assoluti… Sono immagini che vanno ben oltre la fotografia a cui Lunatici s’ispira. Non è la fonte importante, quanto piuttosto lo sviluppo artistico dell’immagine, dell’atteggiamento dell’artista, ciò che viene strappato dalla pittura. E’ una emozione. Così capita con Zavattini, colto quasi in uno spasmo; Moravia con le braccia incrociate; Ungaretti chino su di un libro; Montale sopra una seggiola di vimini con le mani intrecciate; Borges abbandonato sopra una poltrona con le gambe aperte; Bertolucci, signore, che gira un caffè…”

Prefazione di Guido Conti alla mostra “SCRITTORI DIPINTI”, Libreria Fiaccadori, Parma, Febbraio 2001?

“Una raccolta di ritratti firmati da un pittore che pur essendo ancora un giovane artista ha lasciato il segno sul territorio… Si tratta di una ventina di ritratti – dice Lunatici – di scrittori e personaggi della cultura. I ritratti sono il frutto di un lavoro che dal bianco e nero è passato alla china con l’inserimento del colore: acquerelli, pastelli e adesso olio su dimensioni abbastanza grandi. Rispetto al passato, la ricerca ha raggiunto un risultato più completo. Sicuramente il ritratto è un genere della pittura considerato in disuso rispetto ai fasti del passato. E personalmente l’ho ripreso perché credo in questi personaggi degni di una celebrazione. Una forma di celebrazione non retorica, per coloro che veramente hanno arricchito l’umanità di qualcosa che rimane. L’unica fede che si può avere è quella nella cultura, che diventa un valore e serve in tutti gli aspetti della vita. La scelta non dipende quindi soltanto dalle belle espressioni di questi personaggi ma dalla mia convinzione che questi siano gli ultimi eroi. Sono scrittori colti nel loro quotidiano, in pochi gesti: una celebrazione realizzata un po’ sottovoce, sottolineando il rispetto verso la loro grande umanità e dignità.”

Intervista di Mara Varoli su SOPRATTUTTO del 2 Marzo 2001

“Come la santità nell’arte italiana del Trecento. La materia si annoia di tanta densità e fuoriesce. Ma non è fulmineo: è un processo svogliato, quasi contro natura, dove l’ascesi si mette ad asciugare le carni, a illiquidire gli occhi, a trafugare il colore delle vene. E assottiglia verso l’alto, risucchia per l’invisibile, prepara all’incontro con la sostanza… Circa 25 lavori a tecnica mista (tentata da oli, china, tempera e smalto, su carta stropicciata e incollata su tela), realizzati nel 2000 e dedicati da un uomo di matita, da tempo apprezzato ritrattista per le recensioni culturali del nostro giornale, a uomini di penna: romanzieri, poeti, filosofi… E a guardarli bene, c’è un autoritratto in ciascuno. Perché anche Lunatici ha una sua aspirazione alla soavità, scritta nel giglio del tratto. Dentro, potrà anche essere un concreto strattone del Masaccio, tant’è che predilige ‘autori estremi, che oscillano tra vitalismo e nichilismo, come Mishima o la Cvetaeva’, ma fuori sembra un angelo, appena uscito da una tavola di Simone Martini. L’inferno può attendere.”

Mariagrazia Villa, “Gazzetta di Parma”, Febbraio 2001?

“Si può anche non avere alcun peso sulla coscienza, se si sta nel presente. Essere una lieve pennellata d’olio su carta o su tela, che svapora, si sfrangia, si scioglie. Se poi il soggetto, beato lui, pratica il “carpe diem” oraziano, incapace di rivangare il passato o andare in ansia per il futuro, l’effetto giunge al massimo. Sono gli esseri che il Vangelo ci ricorda non si preoccupano né di quel che mangeranno né di quel che vestiranno, gli interpreti della mostra “Animali selvaggi”… Un occhio, quello di Gerardo, che si mantiene in equilibrio dinamico, perennemente in fieri tra assenza e presenza: animali che in parte sono fuori dalla tela, in parte stanno dentro ma non del tutto visibili: a chi manca una zampa, a chi un corno o un orecchio. In fondo, una visione lunatica, proprio come nel destino del suo cognome.”

Mariagrazia Villa, “Gazzetta di Parma”, 14 Marzo 2002

“Gerardo Lunatici con i suoi ritratti assolutamente riconoscibili ma mai stucchevoli o troppo fissi nella loro rappresentatività, mostra di aver saputo radicare la cultura figurativa al proprio tempo. L’idea che ha suggerito la realizzazione di queste opere parte da una domanda che l’artista si pone e cioè: chi sono gli uomini illustri del ‘900? (…)

Ecco allora nascere “IMAGINE”, percorso per immagini della colonna sonora degli ultimi cinquant’anni, tra i ritratti di J. Lennon, B. Marley, M. Davis, J. Morrison e gli altri che ci guardano dalle pareti dell’enoteca, forti dei loro primi piani fra giochi prospettici, indugi cromatici, sfondi a più colori per sviare l’occhio da possibili suggestioni e contrasti puramente pittorici e riportarlo là sul volto, sul corpo, sull’atteggiamento di una o dell’altra celebrità di cui l’autore riesce a cogliere i tratti, gli atteggiamenti più significativi.”

Stefania Provinciali, Gazzetta di Parma, 28.01.2003

“ Questi paesaggi, questi volti, queste scene di vita sono espressione di una espereianza visiva personale, di un diario che riporta alla memoria i tour dei grandi viaggiatori del passato che nei secoli hanno colto culture e visioni dei mondi attraversati. Si evidenzia una sorta di continuità non solo visiva e formale ma anche mentale tra i luoghi raccontati. Un aspetto questo che dà spazio all’interpretazione così da fondere realtà e sentimento, impressione e pensiero. Il risultato è, come lo stesso autore indica: una sorta di autobiografia per immagini dove alla fine ogni luogo rimanda sempre a qualche altro luogo e soprattutto ad un altro spazio: quello della pittura.”

Stefania Provinciali, Gazzetta di Parma, 11.03.2003

“ La complessa personalità del santo traspare incisivamente nella pala d’altare del Lunatici, che con abile tratto palesa il rigore interiore del santo senza nulla togliere alla delicatezza d’animo. (…) L’artista in una sintesi mirabile ha saputo coniugare alla luce del bello le tante sfaccettature di questo prisma luminosissimo che porta un nome caro a milioni di fedeli sparsi nei quattro continenti: Antonio di Padova, o più semplicemente il Santo.”

Padre Angelo Pavesi, Chiesa dei Santi Cosimo e Damiano, Pisa, 14.12.2003

GERARDO LUNATICI: Un’Africa interiore
Per cercare di confinare, di dare forma alla scoperta del Dottor Freud, l’inconscio, è stata coniata un’espressione felice Africa interiore.
Io vi porto la mia Africa interiore, i miei fantasmi, le mie visioni e Lunatici lo afferma in modo chiaro, è preciso.
Dipingere è avere visioni.
Il suo percorso pittorico è articolato: spumose marine, paesaggi permeati dal rosso e dal vinaccia e la tavolozza si accende sempre, è una costante.
Sia nei ritratti che negli animali i colori sembrano essere quelli di Bacon o Van Gogh, paiono essere più precisamente quelli di un Africa di cui Lunatici sente potentemente tutta la suggestione, la malia.
Il pittore in una sua riflessione racconta che dipingere è uscire da sé, essere altro; fa chiaramente riferimento al concetto greco di estasi di una pittura che è illuminazione dell’inesplorato di un territorio altro.
Di quell’io che è un altro di cui già Rimbaud discettava e che anche Lunatici sposa.
Rimbaud ha diciannove anni ed è in fuga da Parigi da cui è deluso e ferito e dopo un lungo peregrinare arriva in Etiopia e da qui inizia il suo viaggio al termine della notte, la sua stagione all’inferno.
E scrive: “l’aria marina mi brucerà i polmoni, i climi sperduti mi abbronzeranno”. Questa frase sembra quasi un esergo dell’opera di Lunatici, si sente tutta l’aria salsedinosa delle marine di Lunatici e i climi sperduti e mitici in cui il pittore cala i suoi animali, leoni, elefanti, bisonti.
Quelli di Lunatici non sono animali fantastici da bestiario medioevale ma animali veri, pulsanti, con tutta la loro carica vitale e simbolica in una lotta con gli elementi, in una lotta per la sopravvivenza.
Lunatici asserisce ancora che dipingere è una lotta con la materia, dipingere è una lotta comunque, che sia quella con la materia grumosa e informale della sua serie Fossili o la materia più composta e disciplinata dei suoi ritratti, tracce di personalità importanti del Novecento, non ritratti posati ma colti nell’attimo tipico.
Dipingere è infine una forma di resistenza al tempo che tutto dilava e cancella.
A questo proposito Borges, che peraltro Lunatici ritrae, ebbe a dire il tempo è un fiume che mi trascina e io sono il fiume; è una tigre che sbrana ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora ma io sono il fuoco.
L’opera di Lunatici ha tutta la forza dell’assalto della tigre ed un modo strenuo di resistere al tempo, imprimere con forza una traccia.
La sua pittura ha tutto il sapore perduto, sognato, palpitante e profondo di un’Africa interiore.

Michele Medici, aprile 2016

Autoritratto d’artista (conferenza presso la galleria Mazzocchi 23 maggio 2013)

“…faccio pittura per correre la mia avventura…” Alberto Giacometti

Vorrei iniziare questo mio intervento proprio dal titolo dell’iniziativa: autoritratti d’artista. Essendo un insegnante di lingua italiana e di storia sono particolarmente attento alle parole e alla loro evoluzione nel corso del tempo, sensibile al loro significato e al loro uso. La parola autoritratto, nella storia dell’arte, ha un suo peso, non indifferente. Sottogenere del ritratto, l’autoritratto comincia ad affermarsi nel ‘400, con l’Umanesimo, quando i pittori gli scultori e gli architetti mutano la loro condizione sociale, passando da artigiani ad, appunto, artisti, ed assumono un ruolo diverso nella comunità urbana, diventando esponenti delle arti liberali, cioè intellettuali, e non più vili meccanici. L’Arte, che pur resta semanticamente legata alle Arti, cioè alle corporazioni di mestieri, cioè agli artigiani di tradizione medievale, assume il significato che ancora oggi noi in parte le attribuiamo. Questa nuova consapevolezza dell’artista si esprime nell’autoritratto, che è una sorta di autoriconoscimento della nuova immagine dell’artista nella società. Ma questa immagine, mi chiedo, può essere considerata veritiera, autentica, fedele espressione del suo autore? L’autoritratto, come l’autobiografia (e mi viene subito in mente quella straordinaria del Cellini) sono documenti credibili, fonti di conoscenza profonda dei loro autori? A mio parere, la risposta è no. L’autoritratto, come l’autobiografia, è in realtà il ritratto di un personaggio, l’immagine di ciò che uno crede di essere o di colui che si vuol far vedere al mondo esterno. Non c’è bisogno di scomodare Freud per sapere che l’io è sfuggente, che la certezza della propria identità è illusoria, e che l’artista è molto più se stesso quando fa lavorare il suo inconscio, quando raffigura altro da sé. E non c’è bisogno di scomodare neanche Pirandello per capire che ogni tentativo di autorappresentarsi è destinato al fallimento, come ci insegna il protagonista di “Uno, nessuno, centomila“. Forse, come dice Bettini ne “Il ritratto dell’amante”, il ritratto di una terza persona, è sempre anche un autoritratto, mentre un autoritratto è sempre il ritratto di un personaggio. Insomma, l’autoritratto, come l’autobiografia, è sempre mendace. E d’altronde, dice Pessoa, “il poeta è un fingitore“.

Se osserviamo tre celebri autoritratti possiamo vedere in concreto quanto finora espresso.

Il primo è l’atoritratto di Albrecht Durer del 1500. “Uno strafigo!“, disse una volta una mia allieva… e in effetti Durer così si vuole rappresentare, come uno splendente Cristo laico, un uomo del Rinascimento sicuro di sè e dei suoi mezzi, modello, esempio di una novella umanità che quasi sfida il divino nella competizione della creatività. Ci dice qualcosa questo autoritratto dell’uomo Durer, del suo caratterre della sua psicologia, delle sue paure o dei suoi sogni? Direi proprio di no. Quello che Durer vuole comunicarci è la consapevolezza del suo valore e del ruolo sociale acquisito (che tradisce anche una certa vanità…); è il Rinascimento allo specchio.

Passiamo ad un altro autoritratto, anzi due, di Rembrandt: il primo è del 1640 circa e raffigura l’artista nel pieno del suo successo, elegantemente vestito, in atteggiamento di nobile nonchalance (come nel presunto ritratto dell’Ariosto di Tiziano. Nel secondo l’artista si ritrae nel 1666, poco tempo prima di morire, quando ormai la sua gloria, la sua ricchezza e il suo successo erano svaniti (parallelamente al declino dell’Olanda, scalzata dalla supremazia inglese).

Rembrandt, che ha realizzato nel corso della sua vita più di 90 autoritratti, ha come tenuto un diario della sua esistenza, la storia di un personaggio tragicomico che passa dalle stelle alle stalle, dalla gloria alla polvere. Sicuramente più intimo di Durer, ma pur sempre consapevole e compiaciuto (e d’altra parte quel suo ghigno nell’ultimo autoritratto sembra voler confermare il senso di farsa e l’idea che la vita è un palcoscenico o addirittura un sogno, come ci ricorda Calderon de la Barca).

L’ultimo autoritratto preso in considerazione è il celebre autoritratto di Van Gogh con l’orecchio mozzato. Ma se c’è un artista che ha messo il suo cuore a nudo è stato proprio van Gogh, mi direte voi. Eppure i suoi autoritratti raccontano anch’essi una storia, una storia romanzesca, e hanno contribuito a creare un mito, una leggenda, quella dell’artista folle, del solitario e incompreso artista la cui fama non può che essere postuma, della vittima sacrificale di una società materialistica e sorda ai richiami dello spirito. Lo stesso taglio dell’orecchio è stato oggetto di mille interpretazioni, tra cui quella psicamalitica che vede nel gesto del taglio dell’orecchio un atto di autocastrazione, che Vincent avrebbe attuato suggestionato dal rito della corrida, dove al toro sconfitto vengono tagliati i testicoli e le orecchie dal matador, ossia l’amico-nemico Gauguin, e via discorrendo… Insomma, anche nel suo caso, l’autoritratto ci svela poco del mistero Van Gogh, ma nello stesso tempo ci racconto molto di più del suo personaggio.

Quindi, io oggi, stasera, qui, realizzerò il mio autoritratto con parole e immagini, cioè racconterò la storia di un personaggio che ufficialmente corrisponde alla mia persona e che ha il mio nome e cognome, ma che sicuramente, ormai lo avete capito, non sono io.

L’altra parola del titolo della rassegna, “artista”, è una parola che ha un peso specifico enorme, che fa tremare le vene ai polsi, suscita sempre un po’ di reverenziale rispetto, quando non addirittura una sorta di timor sacro. E’ parola anche abusata, dal significato variabile e sfuggente (sebbene tutti abbiano la presunzione di sapere di cosa si tratti), è una parola pericolosa, per certi aspetti. Chi è l’artista? Chi dà la patente di artista? Basta aver fatto una scuola d’arte per essere artista? Uno si può autodefinire artista? L’artista è una professione? Esiste l’artista dilettante? Ma è proprio vero che ognuno di noi è, a suo modo, un artista? Dal punto di vista storico la figura dell’artista, inteso non come un bravo artigiano, ma come un demiurgo, un creatore di manufatti unici e irripetibili, il cui lavoro rientra più nella pratica delle attività intellettuali e spirituali piuttosto che in quella dei lavori materiali e meccanici, avviene sempre nel ‘400 con l’Umanesimo. Il primo testo che sancisce in maniera definitiva il nuovo status sociale dell’artista è “Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti” del Vasari del 1550. Qui il Vasari fissa alcune caratteristiche che delimitano la figura dell’artista e che distinguono questi dal resto della società umana. Prima di tutto il Vasari individua una caratteristica imprescindibile, il talento, che è sempre il talento di saper disegnare, essendo per lui il disegno il padre di tutte le arti. Questo talento è un dono divino in quanto consiste nella capacità di creare (per Marsilio Ficino Dio ha dato ad Adamo la sua potenza creatrice, e quindi l’uomo ha il compito di continuare la creazione divina attraverso le sue opere). Però Vasari intuisce subito che il talento è un dono, ma anche una prigione in quanto obbliga chi lo possiede a servirlo, e quindi ad esserne posseduto. Nelle sue Vite Vasari esalta gli artisti e il loro potere, li vede come esseri eccezionali, apice e modelli della società che hanno sostituito i santi medievali; ma ne intuisce già il lato malinconico, saturnino, stravante. L’età romantica accentuerà questa visione, proponendo un nuovo modello d’artista, ribelle alla società, tutto genio e sregolatezza, maledetto, malato, pazzo, disadattato e via discorrendo. Questa visione pessimistica alimenta una mitologia sulla figura dell’artista di cui il pubblico borghese è ghiotto e per certi aspetti questo mito resiste anche ai nostri giorni, soprattutto nel pubblico meno colto e consapevole. Ma le cose sono ancora cambiate nel tempo e il mondo contemporaneo ha trasformatio la figura e il ruoli dell’artista: la riproducibilità tecnica, il mercato, l’industra culturale hanno prodotto un modo diverso di intendere l’arte e i suoi protagonisti. L’arte sembra essere passata da espressione del mondo dello spirito (con cui comunque mantiene qualche rapporto) a merce di scambio del mondo della comunicazione (cosa che in qualche modo è sempre stata). Nel 1976 Achille Bonito Oliva ha usato per la prima volta l’espressione “il sistema dell’arte“, che secondo lui ha cominciato a operare a partire dagli anni Sessanta. Nell’odierno sistema dell’arte gli attori coinvolti nella produzione artistica sono almeno cinque: l’artista (che ancora sembra svolgere un ruolo abbastanza importante), il critico, il gallerista, il collezionista, il curatore museale. Certo, l’artista c’è ancora, ma più che talento deve avere delle idee, deve esprimere concetti estetico-filosofici, deve essere un comunicatore, un costruttore di percorsi di senso complessi e nuovi, deve provocare cortocircuiti sia a livello intellettuale che emotivo, spendibili all’interno dell’industra culturale contemporanea e vendibili sul mercato degli status symbol. Il critico è l’intermediario insostituibile di questa operazione, è colui che la legittima culturalmente è fa da tramite tra l’opera e il pubblico, non tanto per decodificarla, ma per trasformarla in evento comunicativo attraverso anche una promozione attiva dell’artista. La galleria è il luogo deputato a svolgere questa azione e il gallerista non mette a disposizione solo uno spazio, ma seleziona e promuove, crea una sua “scuderia” di artisti, su cui puntare. Chi punta sono i collezionisti, che rappresentano il mercato a livelo più alto, anzi la borsa dell’arte, dove le quotazioni degli artisti salgono e scendono e le opere valgono come titoli azionari. La consacrazione di un artista avviene tramite il lavoro dei curatori museali o degli art-manager che certificano il valore “assoluto” di un artista, inserendolo in luoghi istituzionali riconosciuti e sacralizzati, musei, gallerie pubbliche, biennale di Venezia, Documenta Kassel, ecc.

Alla luce di questo sistema, cosa è quindi l’arte? Secondo la Vettese, autrice di un libro il cui titolo è molto significativo “Artisti si diventa“, l’arte è ciò che è definito tale dagli addetti ai lavori. Una definizione un po’ tautologica, ma che ben sintetizza il livello autorefenziale di questo sistema. Più cinica e disillusa è la definizione di Jeff Koons: “L’arte non consiste nel fare un quadro ma nel venderlo“.

Che piaccia o meno questo è il meccanismo attuale di produzione, esposizione, diffusione, consumo e riconoscimento pubblico dell’arte. Sono nati, è vero, negli ultimi anni forme di produzione e fruizione dell’arte al di fuori di questo sistema, in cui vengono utilizzati spazi alternativi alle gallerie, internet e web per la diffusione delle informazioni e circuiti paralleli a quelli ufficiali; ma il fenomeno è ancora all’inizio e il rischio è quello che quando qualcuno autonomamente dal sistema riesce ad avere un certo successo, poi il sistema lo risucchia con i suoi meccanismi. Emblematico il caso di Banksy e della street art.

Questo sitema dell’arte funziona a livello globale, ma anche a livello locale. Anche Parma, nel suo piccolo, anzi piccolissimo, soprattutto in questi ultimi tempi, ha un suo sistema dell’arte, costituito da artisti (molti), critici (pochi), gallerie (pochissime), qualche collezionista e alcuni spazi pubblici gestiti da assessori più o meno intraprendenti. Il mio ruolo di artista (?) si svolge in questo ambito, decisamete locale, dove mi sono ritagliato un mio spazio di espressione e ho conquistato un mio limitato, ma affezionato pubblico, nonchè, credo, dopo più di 25 anni di attività, anche una mia credibitità e autorevolezza, testimoniate dalla mia presenza qui questa sera.

Ed è stata proprio questa occasione che mi ha fatto pensare al tema in oggetto e a chiedermi se io, sono un artista, posso definirmi tale. La pittura, e quella figurativa ancor di più, ha avuto in passato il destino di essere oggetto di un certo ridimensionamento nel mondo dell’arte contemporanea, che però è stato in gran parte superato a partire dagli Ottanta. Oggi anche i pittori vengono considerati artisti, persino i pittori figurativi. Quindi, forse posso considerarmi anch’io un artista, sebbene secondo alcuni parametri contemporanei, forse più di uno potrebbe avanzare dei dubbi, per certi aspetti legittimi, che io stesso potrei condividere…

Ma se consideriamo le teorie del Vasari (e non vedo perchè non si possano più considerare validi i suoi criteri…), allora sì, posso essere annoverato senza ombra di dubbio nel novero degli artisti, in quanto possessore, in misura, presumo, non cospicua, di talento, che non si può acquisire, ma solo potenziare, a scuola. Il talento che possiedo è quello del disegno.

Ed è da qui che voglio partire per parlare di me. E da una storia raccontata da Italo Calvino nelle “Lezioni americane“, nel capitolo dedicato alla rapidità. “E’ una storia cinese. Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno di un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. ‘Ho bisogno di altri cinque anni’ disse Chuang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto”.

Questa storia mi ha ossessionato per molto tempo, mi ha fatto riflettere sul significato dell’arte e sul suo valore. In questa storia sono sintetizzati almeno tre principi estetici (ma anche etici, perchè il confine tra etica ed estetica è per me molto labile) che hanno ispirato il mio agire artistico.

  1. Quanto ci ha impiegato il pittore a realizzare la sua opera? Pochi secondi o 10 anni? La rapidità, a cui Calvino dedica una lezione, è un aspetto importante della performance artistica: il gesto deve essre spontaneo, naturale, deve essere atletico, magico, come una punizione di Maradona, sgorgare come qualcosa di assolutamente necessario e inevitabile, non deve incontrare resistenza, deve essre fluido, come un passo di danza. Ma è chiaro che per arrivare a questo ci vogliono anni di preparazione, studio, lavoro, e di vita. Picasso diceva che da bambino disegnava come Michelangelo e ci ha messo tutta la vita per disegnare come un bambino. Castiglione, altro uomo del Rinascimento, la chiamava “sprezzatura” questa disinvoltura, questa spontaneità, ma secondo lui era in realtà il massimo dell’artificio e del costruito. L’arte consiste proprio in questo, nel nascondere l’arte. E il talento va coltivato, oppure, gesto estremo di “sprezzatura“, sprecato. La rapidità dell’esecuzione garantisce la sintesi dello sguardo, la magia dell’azione, l’istinto dell’animale, anche se queste sono in realtà il frutto di una selezione studiata e cosapevole: ridurre 10 anni in pochi secondi, ecco cos’è il tempo – e la durata – in arte.

  1. La seconda riflessione che il racconto mi ha provocato, in qualche modo legata alla prima, è che l’opera realizzata dal pittore cinese è stata eseguita non solo rapidamente, ma anche con una estrema povertà di mezzi: un foglio, un pennello e dell’inchiostro. Altro principio estetico qui proposto, oltre la rapidità, è la povertà, nel senso di essenzialità, dei mezzi espressivi. Che non vuol dire minimalismo o pochezza linguistica, ma sfruttamento profondo dei mezzi espressivi del linguaggio pittorico. L’arte più riuscita ed emozionante, per me, è quella che con pochi mezzi ottiene il massimo dei risultati. Come hanno fatto Ungaretti e Montale in poesia, sfruttando il silenzio per dare maggior peso alle parole. Un sussurro può essere molto più udibile nel silenzio, un segno più visibile nel vuoto.

  1. Il terzo insegnamento di questo racconto ha un valore etico, anche se, come ho già detto, la distinzione tra etica ed estetica non è per me così evidente (rapidità ed essenzialità, per esempio, non sono solo principi estetici, ma anche morali, come Calvino ci insegna). Il pittore cinese, prima di realizzare l’opera, pone come condizione quella di vivere 10 anni in una casa con 12 servitori. Come a dire: primum vivere, deinde philosophari, in questo caso, pingere. Cioè, prima viene la vita, poi l’arte. E’ vero che gli artisti hanno fama di essere un po’ fanatici, ossessivi, egocentrici (ed egoisti), narcisisti, che antepongono spesso il loro lavoro a tutto il resto (la storia dell’arte è piena di biografie d’artista così caratterizzate). Ma il pittore cinese ci dice invece più saggiamente che è meglio vivere che dedicarsi completamente all’arte, e possibilmente, contro ogni retorica e mitologia romantiche, vivere bene. Purtoppo, questo è forse l’insegnamento più difficile da realizzare nella pratica.

Ed è proprio a questo punto che subentra l’aspetto più autobiografico della condizione d’artista, la quale si può ben sintetizzare in una sorta di schizofrenia, di separazione tra due dimensioni dell’esistere, quella reale, concreta e quella spirituale, artistica. E’ come se questi due mondi fossero in contatto, ma siano anche antitetici e inconciliabili, in perenne stato di lotta. L’artista, nel mio caso il pittore, vive sempre in una dimensione parallela che lo costringe a vedere il mondo come se tutto ciò che vede fosse un quadro. E’ come se per il pittore il mondo reale non fosse vero, autentico, ma solo un soggetto per la pittura, il pretesto per una visione. Il neuro scienziato Lamberto Maffei in un suo recente libro “La libertà di essere diversi” parla dell’esistenza di un “rumore cerebrale“, che non si interrompe mai, neanche quando stiamo dormendo. Ecco, per il pittore e come se il cervello visivo fosse sempre in azione alla ricerca di spunti da trasformare in pittura, come se i quadri fossero più reali della realtà. E’ uno stato d’animo alquanto inquietante, ben descritto da Pessoa: C’è, tra me e il mondo, una nebbia che impedisce che io veda le cose come veramente sono – come sono per gli altri”. Questa condizione è vissuta in modo consapevole da molti artisti: Rothko, Bacon, Pollock esprimono questo sentimento contrastante, da una parte di esaltazione per il senso di libertà, avventura e scoperta che l’esperienza artistica produce, ma dall’altra anche un senso di solitudine, di separazione dalla realtà e dalla vita vissuta senza intermediazioni e filtri. Rothko, per esempio, afferma che “l’arte è un’avventura in un mondo sconosciuto, che possono esplorare solo quanti siano decisi ad assumersene i rischi“. Ma dice anche che “…un artista è alla ricerca disperata di sacche di silenzio in cui possa radicarsi e crescere“. Anche per Baconl’artista vuole camminare sull’orlo dell’abisso“. Per Pollock addirittura “la pittura e uno stato dell’essere“. Ma la frase che più di ogni altra esprime questo spirito di avventura, ma anche di lotta e di guerra che la condizione dell’artista sembra necessariamente provocare, è di Alberto Giacometti:

“Certo, io faccio pittura e scultura e questo da sempre, dalla prima volta che ho disegnato o dipinto, per mordere la realtà, per difendermi, per nutrire me stesso, per diventare più grosso; diventare più grosso per difendermi meglio, per meglio attaccare, per fare più presa, per avanzare il più possibile su ogni piano in tutte le direzioni, per difendermi contro la fame, contro il freddo, contro la morte, per essere il più libero possibile; il più libero possibile per tentare – coi mezzi che oggi mi sono propri – di vederci meglio, di capire meglio ciò che ho intorno, capire meglio per essere più libero, più forte possibile, per spendere, per spendermi il più possibile in ciò che faccio, per correre la mia avventura, per scoprire nuovi mondi, per combattere la mia guerra, per il piacere? per la gioia? della guerra, per il piacere di vincere e per quello di perdere”.

L’opera diventa allora il punto d’incontro tra questi due mondi, il reale e l’immaginativo, il materiale e lo spirituale e in essa si compie l’unica armonia possibile. Se la poesia esprime l’indicibile, la pittura raffigura l’invisibile.

La storia del pittore cinese si presta anche a molte altre interpretazioni, ma mi fermo qui, per cominciare a vedere anche un po’ del mio lavoro, per valutare quanto di questi principi teorici sono riuscito a mettere in pratica e quanto invece debba ancora studiare ed applicarmi prima di essere un buon artista.

  1. Ritratti a china. E proprio in onore del Vasari e del pittore cinese inizierei a vedere un po’ di disegni, quelli che ho realizzato dal 1996 al 2010 per la pagina culturale della Gazzetta di Parma. Si tratta di ritratti di personaggi della cultura, non caricature, ma volti ironici, leggeremente scherzosi, sempre sostanzialmete rispettosi del valore del personaggio ritratto. In quegli anni ho realizzato più di 600 ritratti, tutti a china, con un segno rapido e un po’ ossessivo, teso a costrire trame complesse e contrastate, in opposizione al segno leggero e aereo di un Pericoli, che mi ha comunque molto ispirato. Il volto umano è sempre stato per me un soggetto di grande interesse e il ritratto uno dei generi della pittura che più mi ha suggestionato. Un buon ritratto, è banale dirlo, non riproduce solo le fattezze fiognomiche, ma anche gli aspetti psicologici e caratteriali del personaggio; non solo il volto racconta il personaggio, ma anche i suoi accessori, un cappello, una cravatta, un gesto della mano, un particolare dell’ambiente in cui è inserito. Un volto racconta una vita, esprime emozioni e sentimenti che pochi altri soggetti riescono a fare. Ritratti corposi, molto costruiti, quindi, sia sulla conoscenza del soggetto ritratto, che per la tecnica di esecuzione; ma l’effetto che desideravo raggiungere era comunque una certa leggerezza di immagine. L’obiettivo è quello di essere leggero, ma profondo, immateriale, ma sostanzioso, realistico e metafisico insieme. Un obiettivo ambizioso, ma forse in qualche disegno, e in qualche quadro, è stato raggiunto.

  1. Ritratti a olio. Dai ritratti a china sono passato ai ritratti a olio e ho realizzato tre mostre di ritratti, due alla libreria Fiaccadori, e una all’Enoteca Ombre rosse. Scrittori, musicisti, filosofi hanno fatto compagnia ai clenti della libreria e dell’enoteca, inseriti in un ambiente più vivo e meno asettico di quello della galleria. Naturalmente in questa serie si sono intrecciati i nmei interessi letterari e musicali con le esigenze della pittura, e la scelta dei personaggi da ritrarre non è mai stata casuale. Anche questi ritratti sono stati realizzati con il medesimo principio: cercare di ottenere il massimo della resa con una certa povertà di mezzi espressivi. Innanzitutto il personaggio è sempre colto nella sua solitudine, proprio per evitare la narrazione (come diceva Bacon); oltre che solitario il personaggio è anche come isolato, ha una sorta di vuoto intorno, proprio per farlo emergeere ancora di più. Spesso alcune parti del quadro sono volutamente non finite, a lasciare allo spettatore il compito di immaginare; pochi sono i colori e prevale spesso un senso quasi monocromatico, quasi che questi personaggi emergessero da una dimensione non del tutto reale. Molti personaggi sono stati scelti proprio per la loro condizione di personaggi controcorrente, ribelli o comunque originali, come Pasolini, Miles Davis, Mishima, Pound, Céline ecc. Il ruolo del disegno, anche in queste opere, è fondamentale: l’essenziale è colto dal tratto, il colore è come se aggiungesse una nota musicale, un commento di tipo emotivo.

  1. Il corpo dell’uomo. Un altro tema della mia produzione è il corpo. Soprattutto il corpo martoriato, il corpo sconfitto, il corpo stanco, piegato, ferito, contraltare di quel culto della fisicità sana e salutista che sembra essre diventato l’ossessione della nostra civiltà. I miei “maestri” qui sono stati Bacon e Freud che hanno rappresentato il corpo vero, di carni e adipe, di uomini e donne. A me invece interessa di più il corpo vestito, dove anche gli abiti, ridotti a stracci, a sudari, modellano il corpo creando una nuova anatomia. L’ispirazione mi viene dalle foto di cronaca: il morto di mafia, l’affogato, il soldato ferito, immagini di un’umanità sofferente che vuole sfidare l’indifferenza del mondo. Su questa serie di opere ho costruito due esposizioni, la prima a Ferrara nel chiostro di San Paolo nel 2005 e l’altra alla reggia di Colorno nel 2007.

  1. Impronte del tempo. Ritratti e figure hanno per molto tempo caratterizzato la mia produzione, ma negli ultimi anni forse ho perso un po’ di interesse per la condizione dell’umanità, o forse sono diventato desideroso di riappropriarmi di una dimesnsione più naturale e vitale, e mi sono appassionato al mondo animale. Animali esotici come elefanti e rinoceronti, scimmie e tigri, ma anche più nostrani come cani e capre, o marini come pesci e tartarughe, hanno animato i miei bestiari. E in questa ricerca di naturalezza e istintività mi sono imbattuto nel mondo affascinante dei fossili. Da questo incontro sono nate due mostre, Arkhé a Bologna, e Impronte del tempo a Cortina, dove ho raccolto il lavoro di questi ultimi anni. Il tema dei fossili mi ha permesso anche di sperimentare un linguaggio nuovo, più informale, più rarefatto, più sintetico; inoltre ho utilizzato smalti industriali per la realizzazione di molte immagini, tele di grandi dimensioni, per lavorare dal di dentro, paste acriliche per creare fondi più materici e dinamici. Insomma un linguaggio per me nuovo, che non so dove mi porterà.

Sono arrivato alla conclusione di questo autoritratto, di questo viaggio. Come vi avevo anticipato, questo autoritratto è assolutamente infedele, come lo è il profilo che emerge dal mio sito www.gerardolunatici.it, che comunque vi invito a visitare nel caso vogliate conoscere altri aspetti del mio lavoro.

Vorrei concludere con le parole che Pollock scrive in una lettera a suo padre nel 1932, qunado il pittore ha vent’anni: “Ancora un settantina d’anni e sarò un grande artista“, perchè, come dicevano i latici, “ars longa, vita brevis“, e non credo che ci sia bisogno di traduzione

Grazie a tutti per l’attenzione.