Realtà e ritratto: Gerardo Lunatici
di Raffaele De Grada

Nel mondo contemporaneo delle arti anche noi critici militanti corriamo il rischio di dimenticare, per eccessivo interesse per le giovanissime generazioni, che nella fascia di artisti che va tra i quaranta e i settanta esistono personalità di rilievo che hanno approfondito lo studio della figura umana e della struttura del paesaggio, oltre le tecniche dell’informale.

Il mezzo più comune per studiare la figura umana è, come di sa, quello del ritratto. È dal Medioevo che i santi sulle pareti delle chiese appaiono come grandi ritratti che si imprimono nella memoria; penso per esempio a quelli emblematici che vidi nel villaggio bulgaro di Boyana, che mi sono portato dietro nella memoria come un’ammonizione del passato medioevale senza le modificazioni formali della nostra arte occidentale. Un realismo assoluto, senza compiacimenti.

Poi, nell’epoca moderna, nel ritratto si è sempre più cercato di imprimere una caratterizzazione individuale fino ad accentuare i difetti del volto esagerando le sue particolarità.

Alla fine, questo modo di rappresentare la figura umana si è chiamato “espressionista”.

Il ritrattista contemporaneo si è sentito quasi in obbligo di essere un po’ “espressionista” nel modo di trattare la figura umana e ciò ha portato a concludere che in un certo senso si è confusa la caricatura con il ritratto, eppure il grande esempio di Daumier ci può ancora insegnare qualcosa.

In questo campo del ritratto caratteristico, che confina con quello dell’illustrazione, alcune personalità come quella di Tullio Pericoli si sono fatte un gran nome; ma ora vengo a conoscenza, fuori dall’area emiliana in cui è famoso anche per la sua collaborazione alla Gazzetta di Parma, di questo ingegnoso professore di Italiano e Storia, creatore di geniali ritratti di personalità della nostra epoca, che è Gerardo Lunatici, un toscano di Castelfiorentino che ora insegna e opera a Parma.

Lunatici, avvalendosi certo di fotografie, ma soprattutto di fantasia “culturale”, stende su tele assai vaste ritratti di personalità del cinema da Antonioni da Ingmar Bergmann, della letteratura da Moravia a Prévert, a Borges, a Ungaretti, tocca anche tasti delicati come quello della problematica raffigurazione di Céline e così via, raffigurando anche i personaggi da noi meno popolari come i giapponesi Mishima e Kurosawa e lo slavo Kosturica. Non sono certo ritratti in posa, ognuno ha un gesto e un atteggiamento tipico.

Si penserà che questo è un patrimonio della buona illustrazione, guardata sempre in sospetto dai Pittori con la P maiuscola. Ma mi piace subito affermare che è riduttivo considerare questo metodo di rappresentazione come un sottoprodotto della pittura. Così la pensavano i pittori bravissimi che decoravano le chiese del Medioevo, in particolare in Oriente dove non imperava il dogma del classicismo ellenistico; penso per esempio alle chiese russe di Novgorod e di Suzdal, dove il pittore affidava al gesto e alla particolare intonazione di colore il racconto senza bisogno di narrarlo figurativamente.

Sì, questi “ritratti” di Lunatici, oltre che divertirmi, mi confortano dopo tante “figure” in rigida posa che ho visto in tutto il corso del Novecento. L’esuberante panciotto rosso di Fellini mi dicono di lui tanto quanto la mancanza di corpo di Ezra Pound mi suggerisce l’amarezza del personaggio, cinico spettatore dei nostri tempi.

Si potrebbe continuare con questi esempi; qualche volta Lunatici inquadra il personaggio nell’ambiente a segno della sua socialità com’è il caso di Hemingway. I personaggi americani sono espressi con una potenza selvaggia, Steven Spielberg è quasi sguaiato e Miles Davis è terribilmente triste. E si potrebbe continuare. Questi ritratti di Lunatici sono una sorta di storia contemporanea per immagini, qualcuno ha maggiore consistenza plastica, altri sono più illustrativi. C’è nell’autore un maggiore o minore amore per il personaggio; uno dei più romantici, con quel taglio rosso e giallo del fondo, è il ritratto del dormiente Stanley Kubrick.

Lunatici non è soltanto un ritrattista, è anche un pittore di paesaggio. La struttura plastica del paesaggio è minima, la direi ispirata alla fantasia cinematografica: giardini andalusi, boschi arrossati dall’autunno, spiagge e fiumi esotici. La figura non c’è, bisogna accostarsi mentalmente ai molteplici ritratti come a loro commento… Il carattere di questi paesaggi, dove le piante crescono umide dalle acque, è veneta, con verdi e rossi fascinosi che prendono corpo nel farsi senza un disegno premeditato.

Ma voglio rammentare un’altra caratteristica che è particolare di Lunatici. Non sono molti i pittori d’oggi che dipingano con amore gli animali, bisogna voler bene agli animali e conoscerli da vicino. Ma anche come animalista Lunatici è un fantasioso, come i pittori veneti del Settecento, come Pietro Longhi, che dipingevano gli animali esotici senza conoscerli. Le zebre, gli struzzi, i leopardi di Lunatici si imprimono nella memoria…

Ma gli interessi pittorici di Lunatici non si fermano qui: c’è tutta una serie di opere, che egli intitola “Requiem”, che ci presenta una umanità colpita, tale da ricordarci le recenti stragi orrende del Ruanda e del Burundi, per non parlare dell’Irak.

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