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Il XX secolo ha visto sbocciare e maturare un grande amore, quello tra l’uomo e la macchina… anzi, la quinttessenza della macchina: l’automobile.

Nel corso di un secolo l’auto è diventata una sorta di seconda casa dell’uomo, lo status symbol per eccellenza di benessere economico e prestigio sociale… L’auto si è trasformata in richiamo erotico, surrogato di felicità terrena, è diventata sinonimo di potenza, velocità, dinamismo.

L’auto, oggetto di culto, di venerazione e di desiderio, ha proiettato l’uomo verso le sue “magnifiche sorti progressive”, delle quali non si intavvede ancora la fine…
O meglio… la loro fine si vede a volte fin troppo bene: disintegrate contro muri o pali della luce, incuneate in fossi e gard-rail, affogate in canali o paludi, bruciate, schiantate, accartocciate…

E improvvisamente una nuova bellezza emerge dalle lamiere contorte, un inaspettato fulgore scintilla dalle cromie metallizzate, un’imprevista poesia sembra risuonare nel cigolio protratto di una ruota che gira a vuoto, che ci ricorda la fragilità delle cose e la vanità del tutto…

Anche la fine di una storia fa parte della storia… ed è ciò che io vi racconto in questi quadri.


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